Castelvecchio e il Rinascimento di Castelnuovo

L'Azienda Agricola Castelvecchio domina in posizione panoramica il Carso Goriziano, sull'altopiano sopra Sagrado, nella località di Castelnuovo. Zona di vigneti dal 1750, la tenuta versava in uno stato di semi abbandono quando, nel 1987, venne rilevata dall'imprenditore comasco Leopoldo Terraneo e da sua moglie Mirella Della Valle. Già negli anni '90 i vini di Castelvecchio erano noti per la loro eccellente qualità, ed oggi, a oltre 30 anni di distanza, si confermano quale punto di riferimento per l'enologia friulana. Nel corso del tempo, inoltre, alla produzione vinicola si sono affiancate una serie di scoperte di carattere storico e di iniziative artistiche che hanno reso quest'area uno dei tesori non solo enogastronomici ma anche culturali del Friuli-Venezia Giulia di oggi. Ne parliamo con i protagonisti di questo viaggio affascinante nel gusto, inteso nella sua accezione più ampia.

Leopoldo Terraneo, un imprenditore comasco che ha sempre amato il mondo del vino, oggi è identificato con un'etichetta friulana di vini prevalentemente autoctoni del terreno carsico e che hanno ricevuto apprezzamenti e riconoscimenti in tutto il mondo. Un percorso e un punto di arrivo per nulla scontato. Come è nato tutto ciò?

Il punto di partenza è il 1987, anno in cui si decise di fare investimenti non solo nell'industria ma anche nell'agricoltura settore vino. Tra le varie aziende in vendita in quell'anno scegliemmo quella che aveva la posizione migliore, situata sul primo balzo Carsico circondato dalle anse del fiume Isonzo e dal Canale Dottori. Affacciata sul Golfo Adriatico, ad una altezza di 145 metri sul livello del mare e circondata dalla catena di montagne, a partire dal Monte Canin fino alle vette del Nevegal verso ovest. La posizione carsica consente alle viti ed agli ulivi di avere "piede asciutto e respiro di alito del mare", così gli scrittori Greci e Romani consigliavano fin dall'antichità. Ed i Della Torre Valsassina-Hofer-Hohelohe, che ben conoscevano la storia naturale antica, e che dal 1587 ci hanno documentato della presenza delle piantine di vitis Vitifera collocate proprio qui sulla collina che oggi chiamiamo Castelnuovo ma che un tempo era chiamata "Monte degli Olivars" vi hanno costruito qui la loro residenza di campagna per la produzione di vino e olio, oggi come allora. I 120 ettari sono accorpati attorno all'antico possedimento di Villa Veneta e comprendono 40 ettari di vigneto, 2 ettari di uliveto, e gli ettari rimanenti ospitano pascoli di ovini ed equini.

Nel tempo si è avvalso della collaborazione di molte persone, verrebbe proprio da dire un team, che parte dal nucleo centrale di una famiglia estesa e compatta e che si allarga a professionisti di altissimo livello. Impossibile non menzionare in anni recenti il coinvolgimento dell'enologo friulano Gianni Menotti, una vera star del settore. Come è nata questa collaborazione e che cosa ha portato?

Le figlie ed i rispettivi generi che lavorano in azienda sono stati affiancati dal più rinomato enologo italiano, Gianni Menotti, l'unico che per ben due volte è stato premiato "miglior enologo italiano". I nostri giovani entrati in azienda nel 2010 avevano bisogno di essere supportati nella loro crescita che coincide anche con la crescita della nostra azienda anche sul mercato internazionale. 

Vigneti di tradizione antica, ottimamente esposti al sole e costantemente battuti dal vento freddo anche nelle sere estive. Le piante poggiano su un terreno con caratteristiche uniche quale è quello carsico. Un quadro che fonda le sue radici nella tradizione, ma la storia di Castelvecchio è sempre stata e continua ad essere anche una storia di innovazione e di sfide ambiziose. Oggi che in viticoltura si parla molto di approccio biodinamico, cosa ci può dire al riguardo?

Dalle foto aeree e dalle foto con i droni si evidenzia una vasta area di centinaia di ettari di landa carsica incontaminati e l'azienda Castelvecchio è incastonata e circondata da un ambiente intatto e tale desideriamo che resti sia per la salute degli operatori che vi lavorano sia per la salute delle persone che vogliono passeggiare nelle nostre terre sia per le falde carsiche che passano sotto la proprietà soprattutto per garantire ai nostri clienti dei prodotti: vino, olio e miele senza tracce di sostanze chimiche. Perciò dallo scorso anno abbiamo iniziato una agricoltura biodinamica assistiti da un tecnico, molto competente e di provata esperienza ed una collaborazione con la scuola di taglio delle viti di Cormons. I loro studi sul rispetto della fisiologia della pianta e dello scorrimento della linfa consentono di fare tagli che evitano le infezioni batteriche, e mettono le viti al riparo da malattie. Dei tagli corretti permettendo una migliore circolazione della linfa in tutti i tralci e quindi anche in tutti i grappoli con una maturazione uniforme. La nostra coscienza e consapevolezza ci ha impedito di continuare con i sistemici. Questa scelta è stata accettata con entusiasmo da tutti i nostri collaboratori che si stanno impegnando anche con corsi per essere in grado di fare fronte ad ogni evenienza.

Tra i vini bianchi spicca certamente la Malvasia, che ha ricevuto dal Gambero Rosso gli ambiti Tre Bicchieri. Estremamente interessante anche nella versione passita, che avete chiamato Molcese. Come e quando è nata l'idea di questo uso inedito delle uve della Malvasia Istriana? 

Certamente la Malvasia e la Vitovska sono i vini bianchi autoctoni che meglio esprimono il "terroir" carsico. Rispetto alla Malvasia coltivata nella vicina Slovenia e Croazia la nostra è più pulita, sapida e con una nota olfattiva fresca di mela verde e pesca, di colore giallo paglierino con riflessi verdi. Da anni produciamo la Malvasia Riserva Dileo, una eccellenza che ha ricevuto i tre bicchieri dal Gambero Rosso. Si selezionano i grappoli che devono avere una maturazione uniforme, e si mette il vino a maturare in un serbatoio di materiale calcareo costruito appositamente per la Malvasia. Dalle uve di Malvasia appassita sui graticci produciamo un vino dolce "Molcese" di colore ambrato e con sentore di mandorla dolce.

Venendo ai rossi e restando sugli autoctoni, si fa certamente notare il Terrano, sia in purezza che nel blend Sagrado, dove va a completare un assemblaggio di Cabernet Sauvignon e di Cabernet Franc. Incuriosisce e si fa apprezzare la versione spumantizzata, che dà vita a un rosé estremamente piacevole. Da ultimo avete iniziato a imbottigliare il Terreno in purezza anche nella versione ferma senza solfiti aggiunti. Cosa ci può dire di quest'ultima sfida?

Ci permetta di dirlo, siamo viticoltori coraggiosi che continuano a produrre il Terrano, un vino autoctono in controtendenza rispetto ai gusti delle nuove generazioni, abituate alle bevande dolci, al Prosecco ed alle birre. Un grandissimo vino aspro e duro come le rocce su cui si affastella la radice della sua pianta. Il suo colore è rosso rubino intenso con riflessi violacei, il profumo è di frutta rossa acerba, poco alcolico non supera i 12 gradi, ed un ph che si aggira sui 3,5/4,5 lo rendono molto particolare. La sua principale caratteristica è l'elevato contenuto di polifenoli di 2/ 3 volte superiore ad ogni altro vino rosso. Il dato è emerso da uno studio che ha preso in esame la produzione di Terrano di tre anni, ed è stato condotto dal Prof. Francesco Scaglione nel laboratorio di ricerca dell'Università Medica di Milano. Anche la quantità di resveratrolo è tripla rispetto a quella contenuta negli altri vini rossi. Con questo esperimento si riconferma la fama che gli viene dall'antichità e che lo indicava come vino medicale che curava anche l'anemia mediterranea e le anemie in generale. Anche Plinio il Vecchio nelle sue "Historie Naturalis" parlava di un vino "Pucino negrissimo che proveniva da Castel Pucino ad occidente delle bocche del Timavo nelle lontane terre Dalmate". A tale vino si doveva la "promulgazione di vita di Livia, moglie di Cesare Ottaviano Augusto che arrivò vecchierella fino all'età di 82 anni". Anche Rudolf Pikler, nelle memorie del "Castello di Duino" beveva di quel nettare alla mensa della Castellana di Duino che proveniva se non proprio da Valcatino, da in vigneto ad un "trar d'arco di là nascosto". Riferendosi al vigneto dei Conti Della Torre Valsassina-Hofer-Hohelohe proprietari dell'attuale tenuta di Villa Veneta di Castelvecchio. Oggi il Terrano lo produciamo in molte versioni: rosé spumantizzato con metodo classico, appassito sui tralci e sui graticci, senza solfiti e Terrano metodo tradizionale. Con questa gamma di prodotto Terrano, riusciamo a soddisfare le esigenze degli estimatori di questo antico vitigno che si è adattato a vivere senza terra "terra-no".

Castelvecchio non è solo vino. Negli anni si sono avvicendati ritrovamenti importanti, incentrati sulla Villa della Torre Hohenlohe. Seppure non sia stato possibile ad oggi ricostruirne con esattezza la data di fondazione, ci sono testimonianze scritte che risalgono al 1566. Al primo piano sono stati riportati alla luce degli affreschi della scuola del Tiepolo realizzati tra fine '600 e inizi '700. Quali le circostanze del ritrovamento?

In località Castelnuovo di Sagrado alla fine del '600 iniziarono i lavori per la costruzione di una Villa Veneta con Barchessa, Scuderia, Tempietti, Casa Rossa Romanico-Sonziaca, Parco, Frutteto, Bosco, Pascolo, Prato, Vite ed Ulivo. I Della Torre di Valsassina-Hofer lasciarono la Località Castelvecchio che si trovava ai piedi del Carso e stabilirono la loro residenza sul monte di Castelnuovo. Oggi nel piano nobile della Villa abbiamo ritrovato sotto gli intonaci del salone gli affreschi di Matteo Furlanetto risalenti alla metà del '700. Sono affreschi iniziatici che dovranno essere restaurati e tutelati dalle Belle Arti. I Della Torre documentavano con dovizia di particolari tutte le loro attività e tutti i loro acquisti. Tali documenti si trovano nel fondo Della Torre Valsassina-Hofer-Hohelohe che si trova nella biblioteca Civica di Trieste ed in tutti gli archivi di stato del Friuli-Venezia Giulia.  

Parimenti importanti i ritrovamenti al piano terra, che testimoniano l'utilizzo della Villa quale ospedale da campo nel corso dei conflitti bellici durante la Grande Guerra. Mi riferisco ai graffiti dei soldati in condizioni gravissime e alle fiale di morfina per alleviarne le sofferenze. Cosa ci può raccontare al riguardo? 

La Grande Guerra ebbe inizio proprio nel Bosco di Castelnuovo. Dopo la prima battaglia, il fronte si spostò nei vigneti e restò in Castelnuovo fino alla fine dell'ottobre 1917. In totale qui furono combattute 6 battaglie che causano la morte di 300.000 soldati di entrambi gli schieramenti. Il Carso di Castelnuovo è stato il luogo più importante della Grande Guerra. Dopo le prime 6 battaglie, divenne il più grande accampamento militare e retrovia di rifornimento del fronte che avanzava verso Caporetto. Ancora oggi abbiamo testimonianze di questa immane ed inutile strage conservate nel bosco dove si trovano le trincee, i camminamenti, le riservette militari, l'accampamento militare, l'altare del cappellano militare e l'ufficio telefonico e telegrafico. Al piano terra della Villa che fu trasformata in ospedale degli intrasportabili per i feriti gravi, abbiamo trovato sui marmorini del salone, i graffiti dei soldati che volevano lasciare un segno della loro presenza e che Vittorio Sgarbi aveva definito "lacrime Vive dei soldati sui muri". Due anni fa abbiamo anche svuotato parte della cantina, imbonita di materiale bellico, di fialette e pastiglie per disinfezione dell'acqua e delle ferite, e che venivano usate proprio dai medici e infermieri dell'ospedale militare. 

Tra i soldati che hanno combattuto in questi luoghi, un nome illustre è quello del grande poeta del '900 Giuseppe Ungaretti, che sul Carso Goriziano ha scritto in tempi di guerra Il Porto Sepolto. A questa figura di spicco della cultura italiana è dedicato il Parco Ungaretti, che circonda la Villa e che è stato inaugurato da Vittorio Sgarbi. Come è stato l'incontro con uno dei critici d'arte più noti del panorama culturale italiano?

La scoperta che Ungaretti fosse proprio qui a combattere la devo ad una mappa del 1915 di Roberto Grandi che disegnò il luogo dove si svolsero le prime 6 battaglie dell'Isonzo mettendo al centro della mappa Castelnuovo e tutto il possedimento. Sulla mappa era segnato Bosco Cappuccio quota 141, il luogo dove il poeta scrisse la bellissima poesia "C'era una volta". Negli archivi militari trovai inoltre conferma che il 19mo della Brescia dove Ungaretti combattere era posizionato sulla sinistra di Castelvecchio è lì rimase dal 24 giugno del 1915 fino alla prima settimana di agosto del 1916 che coincise con il periodo in cui compose le poesie de Il Porto Sepolto. Avuta la certezza che il grande poeta era proprio sul Carso di Castelnuovo, iniziammo le trattative con la Mondadori e con la figlia del poeta, per avere l'autorizzazione alla costruzione della "Via Crucis" laica che segna il percorso del Parco Ungaretti. Vittorio Sgarbi ci aiutò a progettare la parte artistica del Parco. Fu lui a indicarci Franco Dugo e Paolo Annibali, incisore e scultore, che hanno realizzato l'uno una statua raffigurante Ungaretti giovane militare e l'altro una incisione su lastra di bronzo che ritrae Ungaretti anziano da una foto di Giorgio Lotti. La ricerca letteraria fu affidata a Gianfranco Trombetta, e quella architettonica a Paolo Bornello.

L'Azienda Agricola Castelvecchio è un mix sorprendente di stimoli sensoriali e culturali, che non smette di stupire e di coinvolgere. Mi ha molto colpito quando, durante il nostro primo incontro, mi ha detto di aver realizzato tutto ciò grazie a: onestà, passione e tempo. Mi è parso un messaggio imprenditoriale positivo e motivante, ricco di ottimismo pur richiamando la necessità di un impegno profondo e costante. Cosa rappresentano per lei queste tre parole? 

In questo caso onesti anche con noi stessi. Nel momento in cui si acquisisce la consapevolezza del valore delle cose che ci circondano, è nostro dovere impegnarci per proteggerle, riportarle alla luce e renderle fruibili al grande pubblico affinché non vada dispersa la memoria. La passione è un fuoco che arde e ti monopolizza il tuo tempo, i tuoi pensieri, le tue relazioni, i tuoi studi, tutta la tua vita. Finché il progetto non è concluso, non si può mettere mai la parola fine, poiché il fuoco continuerà ad ardere anche nel sub conscio. Il vecchio detto "ogni cosa ha il suo tempo" è sempre valido. Per ognuno di noi arriva il tempo in cui dobbiamo necessariamente occuparci di determinate questioni. Oggi per questa località denominata "Carso di Castelnuovo" è arrivato il tempo della sua riscoperta dopo 100 anni di oblio. E' bastata una ricerca negli archivi da Venezia a Vienna per trovare una ingente e appassionante documentazione che ci ha impegnati per 11 anni e tanti ce ne vorranno ancora per continuare la valorizzazione anche del territorio circostante.